Alessandro Dal Degan, chef stellato di Asiago: ho pensato di mollare, ma non ci arrenderemo, Conte non ci farà chiudere!

(di Bernardo Pasquali). Caro Conte chiudere i ristoranti alle 18.00 non porterà a diminuire i numeri della pandemia. La curva continuerà a salire perché ci sono le metropolitane piene, i bus affollati, le scuole ancora disorganizzate (i tavoli singoli non sono ancora arrivati in tutte le scuole…ma di cosa parliamo!). Vi state accanendo contro una delle categorie che più di altre ha pagato e investito per mettersi in regola! Lo smart-working aveva già stroncato i pranzi e i brunch di mezzogiorno. E adesso avete annullato le cene serali. Ma con che cosa volete che vadano avanti i nostri ristoratori? Finitela di dire che si salveranno con il Take Away. Chi non nasce per gestire funzionalmente questa tipologia di ristorazione non avrà mai la capacità di far quadrare i conti con una soluzione che è solo un palliativo!

Non vogliamo riempire di rabbia e di tristezza queste pagine di Foodyes.it , ma far sentire la voce di un giovane chef che da anni si è prodigato per dare forza e voce al territorio attraverso la sua cucina. Ha dato da lavorare a giovani talenti. Ha lasciato sognare clienti e appassionati del mondo della ristorazione. Alessandro Dal Degan, chef stellato, titolare a Kaberlaba di Asiago de La Tana Gourmet, mi ha inviato questa sua riflessione emozionante e sincera che deve far riflettere tutti noi che lavoriamo in questo mondo, cruciale per l’economia e l’agricoltura italiana.

Domenica 24 ottobre 2020
Ore 18:45
Sono in ufficio, ho le lacrime agli occhi.
Ma non è rabbia, non è delusione.
Sono lacrime che vengono da sensazioni che probabilmente non ho mai conosciuto prima in vita mia. Una sensazione nuova, forte, dolorosa ma nonostante tutto che non mi toglie la voglia di rompere tutto, di tirare fuori gli artigli e combattere, combattere e combattere, consapevole che la battaglia sarà dura ma venderò cara la mia pelle.
Quello di oggi è stato l’ultimo servizio prima di iniziare una nuova fase di questo maledettissimo 2020. O forse no? Che sia un anno che ci sta insegnando a usare la testa, a non adagiarci sugli allori? Chissà, magari è così, ma che tristezza, che frustrazione. Vedere la cucina che viaggia. Pieno ritmo, i clienti contenti, i sorrisi sulle labbra, Enrico che entra in cucina inveendo sul cliente rompicoglioni di turno… ma ci sta, fa parte del gioco ed è il nostro gioco. La nostra vita. E da domani? Avremo ancora la forza, fisica, economica e mentale di reagire ancora? Quanti di noi saranno in grado di rialzarsi adesso? Quanti getteranno la spugna?
Io ho passato la mattinata a pensare di gettarla quella maledetta spugna, ma non ne sono capace, non ho il coraggio di farlo.

Dopo anni di sudore, di sacrifici, di sangue sputato, di incazzature, di gioie, di veleni, di invidie, di mesi passati senza mettermi in tasca un euro per far stare in piedi questo ristorante…. Dopo tutto questo non posso arrendermi ad un virus e ad una manica di incompetenti che stanno giocando con la vita delle persone come giocare a monopoli.
Non con me. Con me non funziona cosi. Se qualcuno o qualcosa vuole la mia pelle dovrà fare ben di più per averla. Non è una minaccia. È una promessa.

Non sono solito a far polemica, e non voglio farla nemmeno ora. Ma non posso non esternare tutta la mia perplessità per un decreto che trovo del tutto assurdo. Che rischia di mettere in ginocchio un settore che ha già patito troppo, che ha dovuto investire, anche indebitandosi, per ripartire.


Noi ristoratori siamo stati obbligati a regole e modifiche del nostro lavoro, le abbiamo accettate e messe in pratica. Siamo stati costretti a esborsi economici non previsti per applicare le regole, per mettere in sicurezza sia noi, che il nostro personale che il cliente. Ed ora? Costretti a rinunciare a più del 50% del nostro fatturato per un tempo che potrebbe essere indefinito.

È possibile che i ristoranti vengano additati come luoghi poco sicuri nonostante tutti noi ci siamo adeguati alle linee guida che il governo stesso ci ha imposto? Per poi vedere gli autobus e le metropolitane con gente stipata quasi come se il contagio non fosse mai esistito?
No, non ha senso, non posso credere che gente con una testa che minimamente funziona possa essere arrivata ad attuare tutto questo. Non ha senso.
Comprendo che il momento sia particolarmente difficile e so benissimo, anche da amici che lavorano sul campo (medico) che la situazione sia delicata, ma non posso non esternare la mia rabbia, per me, per il mio ristorante e per tutta la mia categoria, i miei colleghi.


Tanti guardano e vedono noi stellati come punti di riferimento, ma ora, in questa situazione siamo tutti uguali, tutti allo stesso piano e tutti nelle stesse difficoltà. Siamo tutti la stessa persona.


Mi fa male pensare che inevitabilmente da domani tate cose cambieranno e tante realtà non apriranno più la porta. Tuttavia non mollo, non molliamo, non sarà semplice ma non è il momento di soccombere allo sconforto. Ho appena finito una riunione con Enrico, Jacopo e Matteo. Le tre persone che sono la mia vita, lavorativamente parlando.
Abbiamo impostato il lavoro che faremo da domani, lo abbiamo re-inventato, plasmato per adattarci a questa situazione e venirne fuori ancora una volta. O quanto meno ci proveremo. Col coltello tra i denti e magari ne usciremo con le ossa rotte. Ma abbiamo l’obbligo di provarci.
Rimaniamo aperti rispettando le indicazioni del decreto. Continueremo ad accogliere in piena sicurezza i nostri clienti e tutti coloro che verranno a trovarci, per lavoro o per piacere. Continueremo a dare un lavoro ai nostri ragazzi. Continueremo il nostro sogno. Continueremo a fare i ristoratori.
Alessandro.

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