Ferrarini Prosciutti, a fine settembre un nuovo round in tribunale. Intanto la filiera non si fida di Pini e tifa Grandi Salumi Italiani

(b.g.) Lo scontro non è tanto sui numeri, ma sulla tenuta stesso del sistema della norcineria in Italia: un patrimonio storico fatto di 5mila allevamenti tradizionali con un valore della produzione complessiva – dalla stalla alla distribuzione – di 20 miliardi. Il punto è semplice: il prosciutto italiano con quale maiale va fatto? Deve essere un suino cresciuto ed allevato in Italia, oppure va bene anche uno nato in uno dei 26 Paesi dell’Unione europea? Magari, allevato con regole sanitarie diverse e con un’attenzione diversa all’animale?

Questa domanda è centrale nel salvataggio di Ferrarini Prosciutti, uno dei simboli dell’agroalimentare italiano (è stato fondato nel 1956 da Lauro Ferrarini), finito in concordato nel 2018 a causa di un  crack finanziario vicino ai 300 milioni. La proposta concordataria avanzata da Ferrarini al Tribunale di Reggio Emilia prevedeva  l’ingresso come “cavaliere bianco” di Pini Italia Srl e della sua società magiara Hungary Meat che avrebbero rilevato assieme l’80% della Ferrarini Holding srl (Ferrarini Spa, Vismara Spa, Società Agricola Ferrarini-Saf Spa) , mentre il restante 20% sarebbe stato acquisito da Cinque Sas di Lucio Ferrarini.

Ora però c’è una nuova cordata interessata: è capitana da Grandi Salumi Italiani-Gruppo Bonterre, Unicredit  e Banca Intesa e vuole usare esclusivamente la filiera italiana; l’altra, quella “di famiglia” si chiama Rilancio Industrie Agroalimentari,e  vede come pivot proprio il gruppo lombardo Pini nato in Valtellina con la bresaola, ma oggi attivo anche in Ungheria, Spagna  e Polonia con allevamenti e stabilimenti per la lavorazione delle cosce. Il dubbio, e da qui la polemica, è semplice: quanti di questi maiali europei finiranno nel ciclo della nuova Ferrarini?

Stiamo parlando di soldi e quindi anche di politica e non soltanto di filiera: è qui la polemica si fa ancora più accesa. Perché il partner finanziario di Rilancio Industrie Agroalimentari è lo Stato, con Asset management company, Amco, del gruppo Cassa Depositi e Prestiti: anzi, la bad bank di CDP specializzata nel rilevare dalle imprese i crediti deteriorati e quelli che, ragionevolmente, non verranno pagati alla scadenza, tecnicamente gli NPL ed i UTP.

Amco è una specialista, in pancia ha 33,4 miliardi € di questi pezzi di carta che rileva a prezzi di saldo e poi cerca di incassare, rivende o negozia con le imprese debitrici. Sta gestendo tutti i buchi delle banche venete (Popolare Vicentina e Popolare Veneta) e del Monte dei Paschi di Siena.  E’ guidata  da Stefano Cappiello, un vero mastino, master alla Law School di Chicago, in passato uno dei direttori della Banca d’Italia. Insomma, lo Stato è in pista con un pezzo da novanta, nonostante di Ferrarini sia uno dei creditori.

Che lo Stato si metta a fare i prosciutti sta però sul gozzo a tanti, anche perché per gli altri creditori saranno comunque lacrime e sangue: se porteranno a casa il 30% dei crediti vantati sarà già un successone. E ci vorranno almeno altri cinque anni di attesa. In più c’è l’aspetto di filiera: Pini ha una capacità produttiva “estera” in Spagna, Ungheria, in Polonia (anche se ha annunciato che cesserà la macellazione in Polonia ed un rientro delle lavorazioni in Italia) di 3 milioni di suini, ha un fatturato di quasi 500 milioni in Italia, 1,6 miliardi nel mondo. Userà davvero i produttori italiani? Che succederà negli allevamenti veneti, lombardi ed emiliani?

E poi, si chiedono i concorrenti, è proprio il soggetto ideale? Pini, benché lombardo al 100%, opera infatti con una galassia di società con sedi un po’ dappertutto – ad esempio, Cipro – alcune delle quali finite in inchieste giudiziarie in Ungheria e Polonia.

Poi c’è l’ aspetto economico-finanziario: la cordata Pini-CDP mette sul piatto 20-40 milioni di euro per far ripartire Ferrarini, sia come materia prima per fare i nuovi prosciutti sia come denaro fresco per rimettere a posto gli impianti; Grandi Salumi Italiani e le due maggiori banche italiane ne offrono 35. Entrambe le cordate annunciano di voler rimettere in assetto i macelli e gli stabilimenti di produzione, di riassumere il personale e di far lavorare i produttori che, però, attraverso l’Organizzazione Prodotto Allevatori Suini sono partner in prima persona della cordata capitanata da Grandi Salumi Italiani-Gruppo Bonterre (un miliardo di fatturato tutto nella food valley) con una quota anche di Happy Pig (a sua volta controllata da Consorzi Agrari d’Italia srl) che si occupa di innovazione nell’agrifood. Insomma, i produttori di cosce si sentono più garantiti dai secondi che non dai primi che però – come dicevamo – hanno il pieno sostegno della famiglia Ferrarini che vuole evidentemente uscire al più presto da una pericolosa procedura concorsuale.

Suini, soldi e politica: a favore di Grandi Salumi Italiani si è espresso chiaramente il primo vicepresidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, l’ex ministro Paolo De Castro (Partito Democratico), che a Foodyes.it (qui il video dell’intervista completa) ha dichiarato: «E’ evidente che mi auguro che ci sia ancora spazio per una soluzione, come quella di Grandi Salumi Italiani, che mantenga integra tutta la filiera produttiva nazionale, senza privilegiare la strada degli acquisti dall’estero della materia prima. GSI ha tutti i numeri per garantire il rilancio di un marchio storico come Ferrarini. E quindi spero ci sia un ancora spazio per la soluzione tutta  italiana». Una posizione bipartisan dato che anche l’ex ministro Gian Marco Centinaio (Lega) ha usato più o meno le stesse parole. La Coldiretti ha sparato a palle incatenate definendo la cordata italiana «la grande occasione per valorizzare finalmente l’intera filiera produttiva smascherando l’inganno della carne straniera spacciata per italiana».

La partita è ora nella mani del Tribunale reggiano, anch’esso però al centro di qualche polemica: Unicredit e Banca Intesa si sono rivolte alla Corte d’Appello di Bologna evidenziando alcune decisioni definite illegittime e la sua assenza di competenza funzionale  tanto che a fine settembre si andrà a sentenza. Così fra le carte bollate si gioca il destino della suinocultura nazionale. Con lo Stato impegnato in due parti in commedia…

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