Ivano Marconi e la sua Malga Faggioli: quando dire capra non è un’offesa

(di Donatella Dal Maso) Credo che Ivano Marconi di Malga Faggioli 1140 ad Erbezzo (Faggioli dal latino fagus, faggio e 1140 l’altitudine della malga) sia un visionario, in senso assolutamente letterale. La sua innata curiosità per la tradizione casearia ed in particolare per la Robiola di Roccaverano, lo porta nel 2004 a costruire con un amico, Angelo Sartori, sulle spoglie di una stalla abbandonata nel parco della Lessinia, un piccolo gioiello per la produzione di formaggi di capra. Ormai sono 500 i capi presenti di razza alpina camosciata che producono un latte speciale, dal profumo unico di erbe spontanee di montagna

Sei stato un precursore, nel voler creare una realtà produttiva in un territorio difficile come la Lessinia.

« Per formazione culturale e sociale ho sempre creduto ad un’economia circolare che portasse benessere anche “ai margini” delle zone già sviluppate. La Lessinia era proprio il posto speciale per iniziare questo progetto e devo ammettere di aver trovato molta disponibilità nei vertici del Parco che hanno creduto in questa mia visione, concedendomi lo spazio fisico per attuarla».

Quanti siete ora in azienda?  

«In 11 compresi i miei tre figli che per scelta hanno abbracciato questa attività votata alla bio-sostenibilità. Ci sono i casari, i commerciali e chi si occupa fisicamente della mungitura quotidiana, tre ragazzi stranieri bravissimi che vivono non lontani dalla Malga».

La tradizione anche nei nomi dei formaggi…

«Certo! Il percorso doveva essere completo e così anche i formaggi sono stati chiamati con nomi dell’antica tradizione cimbra come per esempio Bolke (nuvola) Ghital (capretta) Baiz (bianco)»

Accanto alla tradizione hai voluto fare ricerca.

«L’evoluzione, non solo aziendale, passa anche e soprattutto dalla ricerca e dalla conseguente conoscenza. L’università di Udine e di Verona ci seguono in due studi: il primo relativo al benessere animale e alla sua genetica; il secondo, con l’ausilio di un biotecnologo, mappando ciclicamente la vita dei batteri” buoni” presenti in azienda e sui prati circostanti, per poterli poi riprodurre in laboratorio ed innestarli successivamente nel latte creando una inconfondibile tipicità. Sicuramente siamo in linea con il prossimo Green Deal del 2030».

Come sta andando con il Covid? 

«Il punto dolente è stata la chiusura parziale dei mercati dove le nostre vendite hanno subito una flessione soprattutto nel segmento del “fresco” come le ricotte ed il primo sale, sta reggendo fortunatamente il canale tradizionale e stiamo sviluppando il delivery che ci sta già dando buoni risultati. Penso che quando la pandemia finirà ci sarà ancora più necessità di un’economia che sostenga il territorio in cui nasce, con reali possibilità di lavoro, anche per non spopolare i territori meravigliosi delle nostre montagne»

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