Il ristorante oggi è l’unico presidio sicuro, singolarmente distanziato. Lo vogliamo capire o no?

(di Bernardo Pasquali). Sembra che ci sia un accanimento continuo nei confronti della ristorazione in Italia nel caso del COVID-19. Ci sono, poi, contraddizioni che vale la pena essere evidenziate. Il presidente Conte, questa sera, nella sua presentazione al pubblico del nuovo DPCM, ha voluto affermare che il focolaio domestico, come lo si chiamava in epoca Pre Covid, oggi ha preso tutta un’altra piega. E’ diventato un focolaio virale pericoloso. Lo è così tanto che saremo costretti a mettere la mascherina anche in casa se non ci sono congiunti e, soprattutto, non potremo mai essere in più di 6. A parte che dipende anche dalle dimensioni della vostra casa: la mia è di più di 130mq e in sei ci si sta bene. Nei monolocali delle periferie metropolitane già tre persone potrebbero far scattare l’allarme.

A differenza di marzo, affermano gli scienziati, la maggior parte dei contagi, adesso, parte dalla casa e dalle relazioni interfamigliari.

Non si capisce perché allora, per l’ennesima volta si debba colpire la ristorazione in maniera così generalizzata e severa. Chiudere i locali alle 24.00, servire al tavolo obbligatoriamente dalle 21.00, sono provvedimenti che, ancora una volta mettono in difficoltà gli operatori del settore e potrebbero, per l’ennesima volta, portare ad una crisi generalizzata del comparto produttivo agroalimentare di qualità. Non parliamo poi di tutte le cerimonie che possono essere svolte solo con un massimo di 30 invitati. Anche qui, un valore che non si capisce da cosa dipenda e, soprattutto, non si capisce come possa valere per tutte le location. Ci sono location enormi dove 30 persone si perdono. Ce ne sono altre dove trenta persone diventerebbero un ammassamamento vero e proprio.

L’unico posto dove si può andare tranquilli è il ristorante. Lo vogliamo capire?. Proprietari, chef, personale di sala sono diventati bravissimi e hanno creato i presupposti per essere definiti veri e propri presidi sicuri contro il virus. Se qualcuno sgarra viene richiamato e addirittura fatto uscire. La corresponsabilità ha portato a controllare in maniera puntuale il comportamento dei clienti. Lo slogan dovrebbe essere questo: hai paura del COVID? Vieni a mangiare al ristorante e ti sentirai al sicuro!

Tavoli distanziati, erogatori di gel e, a volte, addirittura mascherine per chi non le ha. I ristoratori hanno fatto i salti mortali per non perdere credibilità e garantirsi un futuro in questi mesi estivi e autunnali. Il motto è stato: ripartiamo insieme! Qualcuno dirà che non è così dappertutto ma se poi ci ripensa può anche affermare che quella della ristorazione è stata la categoria che con più entusiasmo e severità si è allineata ai protocolli. Ha mandato giù rospi e altri animali dello stagno ma non ha mollato.

Se mangiare al ristorante è sicuro, ricordiamocelo durante questa nuova ripartenza della pandemia. Si, perché, se un’altra volta si volteranno le spalle alla ristorazione, si volteranno le spalle a centinaia di migliaia di piccoli contadini, vignaioli, pescatori, panificatori, allevatori, pastori, casari, artigiani del gusto e tanti giovani che hanno deciso di tornare alla terra e ripartire con essa. Bloccare la ristorazione oggi significa bloccare e rallentare in maniera decisiva la vera ripartenza del nostro paese. Dalla terra rinasceremo, senza dubbio feriti, ma più intraprendenti di prima.

Trattare con superficiale genericità il complesso mondo della ristorazione, con dei numeri, senza offrire soluzioni ragionate, differenziate per struttura, area geografica, significa togliere speranza e, soprattutto, impedisce a tutta la filiera produttiva, di potere assorbire il colpo e avere la forza di ripartire sulle macerie inevitabili di questa crisi.

Ciò che stupisce, è la fatale “ignoranza” di chi deve prendere le decisioni, su questo tema fondamentale dell’economia del nostro paese. Emettere proclami postumi a certe decisioni sbagliate, sembra più un’azione di compatimento che altro. Non serviranno politici che diranno “noi siamo vicini alla ristorazione”, “mangiate Made in Italy” e tante altre frasi petulanti e scontate. Fatelo ora! Siate più saggi e non fatevi prendere dal panico delle decisioni affrettate!

Come al solito, la resistenza (o resilienza) deve partire dal basso, dal semplice consumatore, dalla gente comune, anche da quelli che idolatrano chef virtuali televisivi dimenticando i tanti cuochi reali dietro le cucine paesane e regionali che sono le pietre angolari di tutta l’impalcatura dell’agroalimentare italiano.

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